20) Machiavelli. La verit effettuale della cosa .
Quando si scrive un'opera di storia bisogna stare attenti a non
confondere la verit effettuale della cosa con le proprie
fantasie e i propri desideri. Solo la verit della storia pu
essere un utile insegnamento. Perch un uomo che voglia fare in
tutte le parte professione di buono, conviene ruini infra tanti
che non sono buoni. E il fine dell'uomo di Stato non  la bont,
bens il mantenimento del potere.
N. Machiavelli, Il Principe, capitolo quindicesimo (pagine 15-17).

Resta ora a vedere quali debbano essere e modi e governi di uno
principe con sudditi o con li amici. E perch io so che molti di
questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere
tenuto prosuntuoso, partendomi, massime nel disputare questa
materia, dalli ordini delli altri. Ma sendo l'intento mio scrivere
cosa utile a chi la intende, mi  parso pi conveniente andare
drieto alla verit effettuale della cosa che alla imaginazione di
essa. E molti si sono imaginati republiche e principati che non si
sono mai visti n conosciuti essere in vero. Perch egli  tanto
discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui
che lascia quello che si doverrebbe fare impara pi tosto la ruina
che la perservazione sua: perch uno uomo che voglia fare in tutte
le parte professione di buono, conviene ruini infra tanti che non
sono buoni. Onde  necessario a uno principe, volendosi mantenere,
imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l'usare secondo
la necessit.
Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe imaginate, e
discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti gli uomini,
quando se ne parla, e massime e principi per essere posti pi
alti, sono notati di alcune di queste qualit che arrecano loro o
biasimo lo laude. E questo  che alcuno  tenuto liberale, alcuno
misero (usando un termine toscano, perch avaro in nostra  lingua
 ancora colui che per rapina desidera di avere, misero chiamiamo
noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno  tenuto
donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l'uno
fedifrago, l'altro fedele; l'uno effeminato e pusillanime, l'altro
feroce e animoso; l'uno umano, l'altro superbo; l'uno lascivo,
l'altro casto; l'uno intero, l'altro astuto; l'uno duro, l'altro
facile; l'uno grave, l'altro leggieri; l'uno religioso, l'altro
incredulo, e simili.
E io so che ciascuno confesser che sarebbe laudabilissima cosa in
uno principe trovarsi, di tutte le soprascritte qualit, quelle
che sono tenute buone; ma perch le non si possono avere n
interamente osservare, per le condizioni umane che non lo
consentono, gli  necessario essere tanto prudente che sappi
fuggire l'infamia di quelli vizii che li torrebbano lo stato, e da
quelli che non gnene tolgano guardarsi se gli  possibile; ma, non
possendo, vi si pu con meno respetto lasciare andare. Et etiam
non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali
e' possa difficilmente salvare lo stato; perch, se si considerr
bene tutto, si troverr qualche cosa che parr virt, e seguendola
sarebbe la ruina sua, e qualcuna altra che parr vizio, e
seguendola ne riesce la securt e il bene essere suo.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
decimo, pagine 101-102.
